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Recensione di Arnaldo Ederle
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prologo

 

 

Stamani, mentre scrivo, c’è un merlo nero che vola nel cielo ancora bianco. Il mazzo di gerani rossi assorbe il sole nascente che acceca lo sguardo. Le foglie del giardino si muovono in un gioco di sottili ombre. Il vento soffia piano come carezze dalle calde ondate improvvise. Soffia sulle tende bianche che si gonfiano come vele di una barca che è pronta a salpare. Si imbeve del profumo dell’oleoso rosmarino, del timo pungente, della ruta legnosa che abbraccia la grigia salvia illuminata di spighe lilla, del sapore del basilico, del prezzemolo, per saturarsi di menta. Più in là la terrazza si prepara per la festa e appende le antiche lanterne pronte a illuminare amici in allegria.

Il rotondo cielo è ora azzurro come il mare. In alto e in largo volano uccelli intorno alla nobile luna ancora affacciata, trasparente di luce bianca.

Rami secchi e neri di robinie si stagliano nel vuoto e aspettano il tuono il lampo il vento il sole la pioggia la grandine la neve e la misteriosa nebbia per cadere e arricchire i tronchi di suggestivi e vetusti jin di armonica forma come becchi di uccelli aperti e pronti al canto della sera che verrà. Esili rami di gelsomino regalano trasparenti trame di colore. I contorti glicini magnificano un pergolato. Sbocciano le gonfie gemme di grappoli abbondanti ed eleganti. La sedia Thonet di ferro battuto ricama in questo istante la sua perfetta e rotonda ombra sull’antica e fragile pietra e il mondo diventa arte tra realtà e rappresentazione.

 

Tracce poetiche nascono qui dove l’azzurro dei cieli incontra il verde dei prati lungo la linea del rosso orizzonte, quando il Sole nell’ora del rosso tramonto lascia la Terra e scivola nel vuoto azzurro del Cielo, quando l’Uomo è lasciato solo nel viaggio della vita a seguire le tracce della propria ombra infinita mentre di là si compie un altro viaggio. E il poeta soffre la desolazione, la speranza, l’illusione delle tracce della vita, come eterno esodo in atto dall’Olimpo di un Paradiso Terrestre già abitato dall’Uomo, ma che l’Uomo non sa riconoscere.

Grazia Brunelli